Alle porte di Palermo

L'ORETO e il PAPIRETO

 

Articolo originale del 1931 di Roberto Lojacono

Un avvallamento naturale, lungo circa tre chilometri, si parte dalla contrada Denisinni - sita a Sud Ovest di Palermo fra le vie Cappuccini e Cipressi - e, attraversando la città, si dirige al mare.

Sin quasi alla fine del XVI secolo esso fu il letto paludoso del fiume Papireto, il quale, nel tratto più basso, si confondeva con l'insenatura settentrionale del porto. Tanto questo fiume che il suo gemello Kemonia - il quale scorreva lungo il lato meridionale della città - furono deviati secoli fa perché causa di malsanìa, ma rimasero gli alvei asciutti che conservano ancora parte della loro configurazione pittoresca, sebbene l'invadenza edile tenda a cancellarne le tracce superstiti.

Il Papireto traeva origine da una sorgente detta appunto Denisinni. Sulla etimologia e dizione di questa parola hanno lungamente dissertato gli eruditi, ma non disserteremo noi, bastandoci sapere ch'essa è l'espressione corrotta di una parola araba con la quale si denominava la sorgente. Non verte dubbio, invece, sulla ubicazione di essa perfettamente identificata nella contrada Denisinni, dalla quale l'avvallamento ha origine, denominazione ch'esso perde per assumere e conservare quella di Papireto sino a tanto che non viene a contatto con la città.

Il nome di Papireto, esteso anticamente a tutto il fiume paludoso, derivava dalla gran copia di papiri che vi vegetavano. Ora, siccome tale pianta si ritenne originaria dal Nilo, alcuni poeti siciliani del XVI e XVII secolo cantarono concordemente che il Papireto riceveva per sotterranea conduttura le acque e l'erba egitia da quello. Diè forza al coro Antonio Veneziano, fra di essi il più rinomato, il quale fece dire al Papireto: - Me Nilus genuit, nomen fecere Papyri; qui fueram unda salo, sum modo lympha solo - (Traggo origine dal Nilo e il nome dal papiro; ed io, che ero stato onda del mare, ora son corso d'acqua terrestre).

Storici ed eruditi coevi non solo fecero eco ai poeti, ma forse per non esser da meno, aggiunsero all'acqua e all'erba anche i coccodrilli, col dire che due esemplari vi furono catturati, e che uno di essi imbalsamato, era in mostra in una bottega della città, dove, difatti, ancora esiste. Se il Nilo poteva regalarci le sue acque e l'erba egitia, quale motivo avrebbe avuto di limitare la propria generosità col negarci i coccodrilli ?

Ma, lasciando da parte tali spassose fantasticherie ed attenendoci alla nuda prova della realtà, sta di fatto che, nonostante la brevità del percorso, il Papireto dovette convogliare un considerevole volume di acque sorgenti e piovane a giudicare dalla larghezza delle sue sponde, che in certi tratti raggiunge, all'incirca, settanta metri. Queste sponde, avvicinandosi al mare, si allargavano e terminavano in una insenatura naturale formante porto, la quale s'insinuava dentro terra sino alla Porta dei Patitelli, distrutta nel XVI secolo, dove adesso sorge la Chiesa di S. Antonio, se pure, come vogliono alcuni scrittori, non si protendeva più a monte. Di questa antica parte del porto è rimasto lo specchio d'acqua semicircolare, detto Cala, rifugio di naviglio leggero.

Tanto dalla storia che dalle tracce ancora visibili sui luoghi, è facile arguire che il Papireto sin quasi alla fine del Cinquecento, epoca del suo prosciugamento, e quando la città non vi aveva allungato i suoi avidi tentacoli, doveva essere assai pittoresco con i suoi stagni verdeggianti di papiri, con le cavernose anfrattuosità tufacee; con i bagni e i mulini e i giardini che vi traevano alimento, col ponte, detto "d'oro", gareggiando, se non superandolo, col celeberrimo Ciane. E, se gli storici non fanno confusione con altra sorgente detta Gabriele, par che le acque del Papireto alimentassero pure la peschiera del famoso castello della Zisa, nonché la villa degli arcivescovi palermitani. Ma la bellezza sua era perfida, in quanto che generava malsanìa, e di questa malsanìa si disse profittassero alcuni... affettuosi mariti per sbarazzarsi delle proprie mogli, inducendole ad abitare presso il fiume. E dovevano essere inverosimilmente ingenue queste mogli che si lasciavano trascinare in un tranello di questo genere, né gli scrittori del tempo ci spiegano come mai la malsanìa fosse esiziale alle sole mogli. deformazioni tragicomiche della storia attraverso la fantasia dei cronisti!

Quando le acque del Papireto furono deviate, gli stagni prosciugati... e le ingenue mogli rassicurate dal pittoresco, ma perfido fiume, non rimase che la sorgente allo scoperto, sgorgante da grotte tufacee e formante un laghetto, conservatosi tale sino a circa trent'anni fa per uso esclusivo di una tribù di lavandaie che da secoli vive in quei pressi. Adesso al posto del laghetto sorge un volgare fabbricato ad uso di lavanderia; le grotte sono state in parte murate, in parte adattate ad abitazioni quasi trogloditiche. Intorno all'ampia conca, antico letto di palude, sdrucite casupole disposte ad anfiteatro, fanno singolare contrasto con la grande città moderna che sta loro dinanzi. Chi volesse poi trovare nuovi motivi caratteristici in quel groviglio di edilizia plebea, non avrebbe che a salire per una scaletta posta in fondo alla conca, la quale, per brevi anditi coperti, sbocca in un alveare umano fra uno sventolio di panni, stesi ad asciugare, e un intreccio di viti ad ogni balconcino, che par vogliano nascondere con la grazia del loro tessuto vegetale una povertà desiosa di oblio. Nel lato opposto alla sorgente, la conca si restringe fra casupole e qualche villa, per poi riaprirsi, formando un'altra conca coltivata ad ortaggi, e, come la prima, circuita da fabbriche; ma a misura che ci avviciniamo alla città cominciano a profilarsi le costruzioni nuove, tagliate da strade incompiute le quali tendono a livellare l'antico letto del Papireto. Più in giù, una scarpata della ferrovia di circonvallazione ne traversa il letto pianeggiante, il quale, allargandosi, dà ricetto ad orti e giardini coronati da una serrata cortina di fabbriche. Ma il Corso Alberto Amedeo e la contigua Piazza Peranni, sopraelevandosi, interrompono per un tratto la vallata, la quale, però, riprende la sua struttura concava appena si addentra nella città, determinandovi quei dislivelli che sono caratteristici delle antiche strade e gradinate, mentre le nuove strade l'attraversano ad un livello più basso.

Com'è naturale, anche il fiume Oreto eccitò la fantasia degli scrittori antichi che lo celebrarono con lirica altisonante, trattandosi di un corso d'acqua ben più considerevole del Papireto. Così, Baronio, storico della metà del XVII Secolo, nel suo "Palermo glorioso" dice: - L'Oreto è di bellezza cotanta che porge a' riguardanti col placido corso singolare compiacimento, e con le onde sue d'oro (dall'oro trae il suo nome Oreto), non inferiore punto al Gange o pur Pattolo divenuto arricchisce la palermitana riviera -.

E Vincenzo Di Giovanni, altro storico coevo, soggiunge: - ... che esso prima usciva da un antro spaziosissimo adorno d'edera e di alberi silvestri che con un boschetto onoravano la sua vaghissima stanza con un limpidissimo laghetto dinanzi, che impediva l'ingresso del venerando luogo, se non a quelli a chi fatalmente era concesso, essendo lecito quello frequentare a Najadi, Driadi, Amadriadi e Napee che coro facevano al venerando padre. Poi per terremoto fu distrutto l'antro ed anche gli ornamenti di quello; intanto che di tal celebrato loco non vi appare se non le ruine di scoscesi sassi e l'acqua che per molti rampolli dalle ruine scaturisce - Peccato che noi siamo insensibili alle najadi, driadi, amadriadi e financo alle napee! Ora, parlando in arida prosa come vuole la nostra mentalità moderna e positiva, diremo che a giudicare dalla sua larghezza e profondità alveolare, l'Oreto anticamente dovette avere anch'esso un volume considerevole di acque sorgive e piovane, a meno che esse, poche o molte che fossero, non abbiano trovato via libera lungo una marcata incrinatura del terreno, come sarebbe, del resto, più naturale. Sta di fatto che adesso l'Oreto è cosa da non far paura a nessuno, neanche quando è di cattivo umore, essendo stato, tra l'altro, in gran parte addomesticato con opere di arginatura e di bonifica. Tommaso Fazello, storico del Cinquecento, dice di avervi visto piccoli siluri, detti Storioni; Di Giovanni parla di anguille, cefali e tinche, ma in piccola quantità. E si arriva sino a credere che nei lontani tempi vi tragittarono ben grossi e spalmati vascelli. Lungo il suo bacino si coltivava la cannamele, la quale alimentava l'industria saccarifera esercitata in fabbriche che ivi sorgevano. Oggi, o da gran tempo, né fauna, né navi, né cannamele. Non è certo per volume d'acque che può parlarsi dell'Oreto, benché, pur nella loro modesta misura dette acque si rendano utili alla agricoltura ed all'industria, ma piuttosto per la varietà pittoresca del suo paesaggio, pei ricordi storici ch'esso richiama, pei monumenti che lo fiancheggiano.

Due corsi d'acqua principali che scendono, l'uno dai monti di Renda col nome di fiume di Meccini, l'altro dai monti a Sud-Ovest di Monreale con quello di fiume Lato, riunendosi nei pressi del Ponte del Parco, formano l'Oreto, il quale, percorrendo circa 12 chilometri, si dirige a Nord-Est per sfociare tra la sezione S. Erasmo e la borgata Romagnolo ad oriente di Palermo. Una ricca vegetazione di agrumi, di canne e d'ogni sorta di alberi da frutta e di ortaggi ne riveste le sponde or diritte or tortuose, lungo le quali si annidano numerosi mulini e case coloniche che il fiumicello lambisce. Ed eccolo insinuarsi, talvolta non visto né udito, fra i canneti nei suoi tratti pianeggianti; poi spuntare frettoloso e brontolone se in quelli acclivi s'imbatte in sassi e pietrisco; rifarsi, infine, docile e torbido se gli è consentito di espandersi e formare specchi che riflettono il paesaggio circostante.

Quel suo letto largo e a volte profondo, qual si addice a un gran fiume, non par fatto per le sue acque poverelle d'oggigiorno; tuttavia l'Oreto riesce a farsi onore alimentando mulini, irrigando giardini e ricreando la vista col prodigar colori fra rocce e piante. Considerando il fiume dalle sue origini, ecco presentarsi un primo richiamo storico. Tutto il bacino dell'Oreto fu un'immensa tenuta di caccia dei re normanni, denominata Genohard, e più tardi con voce latina Parco, con la quale si designò il villaggio che ivi sorge, e dove si ammirano ancora gli avanzi di un castello normanno con una chiesetta a cupola (nota: del quale è in progetto il restauro. In questo castello villeggiò la regina Elena, moglie di Federico II d'Aragona, la quale vi partorì colui che fu in appresso Pietro II). In quelle vicinanze Federico II, aragonese (1296-1337), fondò un convento di monaci cistercensi, il quale ebbe nome di S. Maria d'Altofonte da una vicina sorgente che si scarica nell'Oreto. Più a valle esistette un'altra chiesa più antica, fondata dai Normanni (XII Sec.) dedicata in un primo tempo a S. Nicolò con l'appellativo di Lo Gùrguro, forse dalla contrada; in un secondo tempo a S. Maria delle Grazie o dell'Oreto, e indi abbandonata a seguito della malsanìa. 

In epoca assai più vicina a noi, e quando le strade intersecarono il bacino dell'Oreto, sorsero il Ponte del Parco, aggraziato da una cimasa ad archetti, e più a valle il Ponte della Grazia, robusta costruzione del 1630, a cui s'innesta un grosso molino. Benché non privo di una certa imponenza, esso non è che un accessorio dello scenario paesistico, nel quale la vegetazione rigogliosa costituisce la noia dominante.

A breve distanza una grossa tubolatura a sifone, destinata ad irrigare la Conca d'oro, traversa la valle, valicando l'Oreto il quale procede per un lungo tratto con andatura serpeggiante che va sempre più accentuandosi specialmente sul punto di entrare nell'àmbito cittadino.

La Chiesa di S. Spirito, che sorge sulla sua sinistra, fu costruita nella seconda metà del XII secolo dall'arcivescovo Walter of the Mill (inteso italianamente, Gualtiero Offamilio) regnando Guglielmo II normanno, ed è un prezioso cimelio d'arte non che documento storico d'imperitura memoria; ivi, difatti, scoppiò il 30 marzo 1282, la celebre rivolta del Vespro siciliano.

La nobile chiesa invitava, allora, oltre che alla preghiera, anche alla celebrazione di funzioni nuziali, le quali terminavano in festeggiamenti nell'amena campagna circostante; ma dal 1782 in poi i luoghi non invitavano che all'eterno riposo. Difatti, sin da quell'anno, un cimitero monumentale, che prende il nome di S. Orsola dalla Pia Opera che l'amministra, si distende tutt'intorno alla Chiesa in un caotico accumulo di monumenti funerari in continuo accrescimento, digradanti sulla sponda acclive al fiume.

In occasione del sesto centenario del Vespro, celebratosi solennemente, la chiesa fu restaurata, liberandola dalle sdrucite fabbriche che le rimanevano addossate, cioè dagli avanzi dell'Abbazia di S. Benedetto. In questa Abbazia fu per qualche tempo il famoso quadro di Raffaello, detto "Lo Spasimo", donato, poi, da quei religiosi a Filippo IV, che se lo porto in Ispagna e dov'è rimasto purtroppo sin dal 1661.

I restauri esterni riuscirono a ridare a tre lati della chiesa l'antica fisionomia; non così al prospetto principale, mancando gli elementi architettonici distrutti insieme col chiostro e con parte del monastero quando il luogo fu trasformato in cimitero. I restauri interni, liberando le navate dalle sovrapposizioni barocche dei sec. XVII e XVIII, mostrarono la robusta armonia della struttura originaria. 

Ma torniamo al nostro fiume, il quale, nel seguire il suo corso, si lascia indietro un ponte ferroviario di nessun interesse, ed incontra alla sua destra una misteriosa fabbrica antica, denominata Torre dei Diavoli, nella quale l'occhio esperto riconosce l'impronta dell'architettura detta chiaramontana, ma cercherebbe invano i caratteri diabolici. Non si sa l'origine della strana denominazione, come in genere assai poco nota è la storia di questo castello, piuttosto che torre. Si sa di certo che fu costruito dalla possente famiglia dei Chiaromonte, e che probabilmente servì da quartier generale al capo di essa, il quale, forte d'armi e d'armati, si era ribellato al re aragonese, sferrando da quel luogo le sue offensive. Un edificio rettangolare senza copertura, con quattro finestre bifore nel prospetto che guarda l'Oreto, alcune stanze a forma di grotta con sedili rustici, forse ruderi di bagni, è quel che oggi rimane.

Qualche passo più innanzi e siamo nella contrada Guadagna, dove alcune fabbriche di laterizi affiorano sul fondo argilloso del fiume, sfidandone le piene; mentre le abitazioni scaglionate lungo le sponde stanno a guardarle al riparo. 

Adesso l'Oreto si fa più lento nel solcare un terreno pianeggiante che gli consente di espandersi e di formare specchio, in fondo al quale si profila il grande arco a sesto acuto di un ponte che sembra più vecchio di quel che effettivamente non sia.

Qualche altra fabbrica di laterizi, un doppio ponte ferroviario, poi, a un tratto, la vistasi allarga su grandi fabbricati a destra e a manca, fra il via vai dei veicoli e dei pedoni che ci annunciano la città.

Passeremmo oltre se la memoria non ci richiamasse all'esistenza di una chiesetta ombreggiata da una oscura macchia di cipressi, e dedicata alle anime sante dei corpi decollati. Priva del sorriso dell'arte e di edile appariscenza, essa custodisce le salme di coloro che lasciarono la vita sul patibolo.

Umilmente raccolta nel suo triste ufficio, soffocata da rustiche fabbriche moderne, essa esala una profonda mestizia, evocando, oltre che tragici eventi, anche una pietosa costumanza - un culto delle tombe - che vigeva sino a quarant'anni fa e sulla quale per brevità sorvoliamo.

Se la modesta chiesetta può sfuggire ad occhi disattenti, non è così per il Ponte Ammiraglio che si staglia a man destra sull'azzurro del cielo. Fatto costruire nel 1113 da Giorgio d'Antiochia, ammiraglio di re Ruggero, esso ha sagoma triangolare molto allungata con undici archi grandi e piccoli che lo forano alternativamente. Si dice che esso sia il più antico ponte in muratura costruito in Europa, a cui seguì, nel 1265 quello sul Rodano presso S. Esprit. Il fiume, deviato da gran tempo, non scorre più sotto i suoi archi, sicché il Ponte è rimasto isolato quale monumento caratteristico dell'epoca cui si associa il famoso episodio dell'entrata di Garibaldi in Palermo il 27 maggio 1860. Su di esso, difatti, i Mille vennero a conflitto con le forze borboniche e le sopraffecero. 

Da quel punto, l'Oreto si dirige direttamente al mare passando sotto altri due ponti privi d'interesse, per dissolversi silenziosamente nelle acque salmastre, nelle quali avrà forse annegato, in un momento di malumore, quelle tali najadi, driadi, amadriadi e napee che non abbiamo trovato alla sua sorgente.

La sorgente di Denisinni, Qual'era ai primi del '900

Antico letto del Papireto

La conca di Denisinni

Un particolare del fiume Oreto

Una via di Denisinni

L'Oreto

Palermo - Absidi della Chiesa di S.Spirito o del Vespro

L'Oreto presso S.Spirito

Palermo - Torre dei diavoli presso l'Oreto

Palermo - il ponte Ammiraglio

Fiume Oreto presso la foce

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"Le vie d'Italia" - Aprile 1931